• 23/05/2026 alle 14:00
    Data evento:
  • 26/07/2026 alle 18:00
    Fine dell'evento:

Il titolo “Counterforms” deriva dal concetto tipografico di ‘controforma’. Come

descritto da Ellen Lupton e sulla base dei principi enunciati da Jan Tschichold, in

tipografia le “controforme” si riferiscono agli spazi all’interno e attorno alle lettere

che le rendono leggibili, definendone le proporzioni e il ritmo e determinando il

modo in cui le forme vengono lette. Questi spazi non sono vuoti. Essi organizzano

le relazioni tra gli elementi e strutturano le condizioni attraverso cui la forma si

manifesta. Questa logica ispira la mostra, dove gli interstizi operano come

condizione organizzativa, estendendo la controforma oltre la pagina fino alle

infrastrutture spaziali, materiali e tecniche attraverso le quali le opere d’arte vengono prodotte, diffuse e presentate.

Tra cinema, fotografia, installazioni, pittura e immagini in movimento, la

frammentazione e la mediazione determinano il modo in cui le opere vengono

realizzate e percepite. In Best Before (2023) di Racheal Crowther, orologi da parete

farmaceutici contrassegnati dai nomi di antidepressivi circolano all’interno di un

linguaggio visivo di cura, in cui tempo, terapia e comportamento si allineano ai

modelli aziendali. In Untitled (Cast) (2026) di Nat Faulkner, i processi fotografici si

estendono oltre l’immagine, incorporando nastro adesivo, polvere e le condizioni di

produzione, portando l’apparato tecnico e il suo risultato nello stesso contesto.

Un’attenzione affine ai sistemi di gestione ed esposizione appare in Glitter (2026) di

Anna Howard, dove imballaggio, stoccaggio e distribuzione vengono riconfigurati

come supporti scultorei che operano sul confine tra contenitore, esposizione e

amministrazione, richiamando le economie provvisorie dell’Arte Povera e la logica

archivistica dispersiva di Fluxus.

Le questioni relative all’inquadramento e alla ricostruzione attraversano l’opera

After Buren (2026) di Yvo Cho, che attinge alla documentazione d’archivio

dell’installazione di Daniel Buren a New York, dove le Torri Gemelle rimangono

visibili come indicatore temporale. Rielaborata attraverso la riproduzione e

l’intervento dell’intelligenza artificiale, l’immagine rimane in continuo mutamento,

soggetta a piegature, ripetizioni e spostamenti.

Un senso analogo di spazio costruito emerge in Cinecittà (2025) di Vincenzo Ottino,

un’opera di proiezione che attinge alle immagini scattate dall’artista agli studi di

Cinecittà, dove i film “di cappa e spada” venivano prodotti all’interno dell’architettura

scenografica di Roma. Il proiettore alterna immagini e campi vuoti a intervalli fissi,

producendo un’oscillazione misurata in cui il rapporto tra immagine e apparato

diventa strutturante. Questo registro temporale si estende in Half Memory (2024) di

Ufuoma Essi, dove il concetto di “rememory” di Toni Morrison informa una pratica

attenta al ricordo parziale e all’assenza archivistica, mentre diverse geografie si

fanno visibili attraverso una logica allineata a quella della sorveglianza.

Altrove, i segnali persistono come tracce. Nel dipinto di Anna Clegg Exterior 10

(2025), l’immagine di una campana, un tempo collegata a un sistema di chiuse

azionato con l’alta marea, appare come un indicatore fortuito piuttosto che come un

punto fisso di orientamento. La sua funzione è spostata, operando come un segno

sonoro residuo tra l’attivazione e l’obsolescenza. La serie di stampe analogiche a

contatto in bianco e nero di Nina Porter (2024–2025) registra la durata attraverso il

corpo, con una fotocamera incorporata in uno zaino e attivata dall’uso piuttosto che

dall’intenzione. L’esposizione segue l’attesa, le immagini registrano il tempo

trascorso piuttosto che eventi distinti. Ogni incontro si svolge all’interno di un

protocollo familiare, dove lo spazio è predisposto e il corpo posizionato in relazione

ad esso. Il dispositivo registra non solo la luce, ma anche le condizioni temporali e

spaziali attraverso le quali l’immagine diventa possibile. In Floaters (2019–in corso)

di Jason Hirata, i sistemi di proiezione funzionano senza contenuto, scorrendo in

loop schermate di standby che emettono una gamma di campi blu. I proiettori, presi

in prestito da reti culturali di tutta Venezia, collocano l’opera in un campo di

circolazione più ampio. La loro emissione vuota richiama l’attenzione sulle

condizioni digitali attraverso cui le immagini vengono trasmesse, ricollocando la

forma all’interno dello spazio operativo dell’apparato.

Gli atti di ridimensionamento e di espansione ricorrono in tutta la mostra. Nell’opera

Princeton (2025) di Amelia Gill, immagini ambiziose tratte da lettere di ammissione

diffuse pubblicamente sui social media vengono ricostruite attraverso campi di

colore che si estendono sulla superficie circostante. In Jaki Liebezeit During a

Power Cut Circa 1970 (2012) di Hannah Black, ritmo, lavoro e riferimento storico

vengono affrontati attraverso la ripetizione e l’interruzione, richiamando un

tambureggiare sostenuto e metronomico durante un blackout, in cui il tempo e

l’attenzione sono sospesi.

La mostra traccia il modo in cui i sistemi di acquisizione, elaborazione e

visualizzazione condizionano la produzione artistica. Il significato emerge

attraverso le relazioni tra gli elementi piuttosto che da una singola forma. La galleria

viene concepita come un campo compositivo in cui intervalli, discontinuità e

relazioni spaziali modellano l’incontro, estendendo la controforma a principio

strutturante.

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